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Data: 04/08/2023
Testata Giornalistica: CORRIERE DELLA SERA
    CORRIERE DELLA SERA

«Ha ragione Delpini. Milano potrà crescere se diventa comunità» La svolta: il sindacato esca dai luoghi di lavoro, il modello Caritas. Luca Stanzione, 36 anni, dal 16 giugno è segretario della Camera del lavoro di Milano

Stanzione ha iniziato il suo percorso sindacale nell'ufficio studi regionale della Filt, cioè la sigla della Cgil che si occupa del settore trasporti. Nella Filt ha ricoperto diversi incarichi in diverse città lombarde, fino alla segreteria regionale, e si è occupato, tra le varie vertenze, di iniziative innovative in favore dei lavoratori del delivery, dai fattorini in bicicletta a quelli sui furgoni.


«Milano è l’embrione di una megalopoli del futuro e allora, come dice l’arcivescovo, conviene chiedersi dove va questa città e tornare a pensarci comunità». Luca Stanzione ha 36 anni e da poche settimane è il nuovo segretario della Camera del lavoro. Il suo discorso programmatico e i suoi interventi alle assemblee sindacali sono punteggiati da citazioni di Mario Delpini e riferimenti alla Caritas. E ora, dopo l’intervista all’arcivescovo pubblicata sul Corriere, il leader della Cgil milanese ribadisce la sua vicinanza allo sguardo della chiesa.

Stanzione, come nasce questa condivisione con l’arcivescovo?

«Sento molta assonanza con il suo messaggio su Milano. Già con il Discorso di Sant’Ambrogio, si chiedeva “dove va Milano”, una domanda sollevata anche dalla Cgil, perché anche noi laici impegnati nella società diciamo che c’è un modello che sta producendo invisibili ed esclusi».

Quale modello?

«È una dinamica pericolosa che riguarda anche altre città europee, dove ci si scontra con i costi insostenibili dell’abitare, redditi insufficienti e disagio diffuso. Occorre un’assunzione di responsabilità collettiva da parte di istituzioni, imprese, terzo settore, tutti gli attori sociali. Serve un’idea di comunità che reagisca al modello che vive di grandi eventi, attrae city user e capitali che poi non rimangono come investimenti sul territorio. Per esempio quelli delle grandi piattaforme digitali, che usano la città, la sua attrattività, le sue infrastrutture ma poi non lasciano niente, né in termini di oneri né di ricchezza, anzi lavoro sottopagato: dal delivery ad Airbnb, che droga il mercato degli affitti».

Il concetto di «comunità» è uno di quelli più evocati dall’arcivescovo.

«In effetti è rimasta soltanto la chiesa cattolica a usarlo, la sinistra non lo fa più. Ma in antitesi all’idea neoliberista per cui “ognuno fa da sé”, il Covid e la crisi del 2008 ci hanno mostrato che si reagisce soltanto insieme. E come comunità metropolitana si possono pensare risposte alle grandi trasformazioni. Milano è l’embrione di una megalopoli del futuro e allora chiedersi dove va Milano significa intuire dove andrà l’Europa. Quindi ogni attore sociale, comprese le diverse confessioni religiose, si faccia carico dello sviluppo collettivo e non soltanto del suo pezzetto: pensiamoci comunità, pensiamoci europei».

E in questo processo, il sindacato, per esempio la Cgil, che ruolo può avere?

«Noi, qui, rappresentiamo lavoratori che producono il Pil più alto d’Italia, quindi cittadini che stanno dando molto a questo territorio e non solo. Ora, però, sono in ballo grandi questioni che non riguardano soltanto gli interessi dei lavoratori ma il modello nel suo insieme, quindi anche il sistema delle imprese. Faccio un esempio: se la legge di riordino delle aree metropolitane si limiterà a correggere l’elezione del sindaco ma non metterà in campo risorse adeguate, quello sarà un danno per tutti, lavoratori e imprese, che non possono contare sul governo di infrastrutture e servizi. Ecco, noi dobbiamo occuparci anche di questo».

Quale sarà, quindi l’iniziativa sindacale?

«Oggi il sindacato ha un’altissima rappresentanza nelle imprese, ma deve e può fare di più, andare incontro ai lavoratori più poveri e fragili, per esempio proprio nel turismo, il settore che traina questo sviluppo. Perciò dovremo darci nuovi compiti, rappresentare bisogni e domande che stanno fuori dai luoghi di lavoro, entrare nel campo dei servizi alle persone, dagli asili alla salute. Il terzo settore, per esempio la Caritas, irradia il territorio con esperienze che possono essere un modello».

Per esempio come?

«Per esempio sul terreno della salute psicologica, poiché dopo la pandemia è esplosa una nuova domanda e ci sono tanti giovani a rischio. Quindi, mentre continuiamo la nostra battaglia per la sanità pubblica e di qualità per tutti, dobbiamo cercare di offrire anche noi servizi alle persone, magari facendo appello proprio a quelli che l’arcivescovo Delpini ha definito i “custodi” della città, cioè le persone e i soggetti che fanno cose per gli altri. Per esempio offrire consulenza psicologica nelle nostre sedi».

Cosa vi preoccupa del boom del turismo a Milano?

«I numeri sono sbalorditivi. Ma come è possibile tollerare che questo sviluppo si basi sul lavoro più fragile, instabile e povero? Mi pare irrinunciabile coniugare la crescita economica con la qualità lavoro. Ne ho parlato con il sindaco Giuseppe Sala».

Ma che strumenti ha l’amministrazione comunale?

«Nella storia di Milano ci sono esempi illuminanti. Tra il 1870 e il 1930, con la crescita economica straordinaria, emerse un problema con il latte, domanda enorme, prezzi alti, veniva persino annacquato. Quale fu la risposta di Milano? La Centrale del latte, un’azienda pubblica che regola domanda e offerta, un presidio di qualità. Ora credo che una giunta progressista si distingua perché pensa a strumenti per contrastare le distorsioni del mercato sul territorio. Per esempio, con un ritorno all’edilizia dedicata ai lavoratori. Nella ridefinizione della globalizzazione, gli enti locali possono riacquistare il potere di incidere».


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